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Sei tu!

8 Mag

Questa mattina mi si è presentato un tema noto, un vecchio conoscente, che una persona cara ha riportato da me. Quest’ultima ha lamentato qualcosa tipo “ma io voglio sapere davvero chi sono, voglio che resti!”

E’ forse il lamento, la sofferenza più frequente che viene da quanti abbiano sperimentato una qualche forma di risveglio. E’ ancora più significativo se per la persona ci sono stati effetti speciali, cioè se il riconoscimento di Sé è avvenuto con qualche esperienza particolare, magari molto piacevole.
La risposta che mi ha attraversato questa mattina la ho trovata molto interessante, e ho pensato di riportarla.

“Vedi, tu sei come una bambina che abbia visto se stessa dentro uno specchio. La prima volta che questo è accaduto hai provato un intenso stupore, una meraviglia.  Il riconoscere te stessa in quello specchio ha cambiato radicalmente la percezione che avevi di te stessa, e per sempre.”

Adesso sai che aspetto hai. Nell’incontrare quello specchio, sono però accadute due cose, non una sola. La prima è stato vederti per la prima volta e riconoscere che, certo, sei tu! La seconda è stata trasformare la percezione di te stessa. Si perché una volta che ti sei vista per quello che sei potresti ancora fare finta di essere qualcun altro –e chi te lo potrebbe impedire?– ma non sarà mai più come prima, perché la rivelazione non può essere disfatta. E’ un po come un consorte che abbia trovato il suo partner con qualcun altro: qualcosa cambia per sempre. Puoi scegliere di andare avanti, che so, di perdonare o accettare la situazione, ma non è possibile non farci i conti, nemmeno per i più tenaci negazionisti.

Una volta acquisito quanto sopra, tu ricominci ad andare in giro per il mondo e a giocare con quel che la vita ti propone. Puoi rimetterti di fronte ad uno specchio quando vuoi, ma sarebbe sciocco sia l’aspettarsi che lo specchio ti segua, che di trovarne uno ad ogni angolo. Diciamola tutta: non sarebbe sciocco anche pretendere di meravigliarsi e provare la stessa emozione che si è provato la prima volta, ogni qualvolta ricapiti di trovarci in bagno o nel camerino di un negozio, magari dopo anni e cresciute assai?

Questo non toglie nulla alla meraviglia di chi sei tu, anzi. Siccome chi sei tu davvero non ha confini, se non commetti nemmeno l’errore di incelofanare o cristallizzare quello che hai ricevuto, continuerà a stupirti giorno dopo giorno. Le tue reazioni ti stupiranno, la tua capacità di intuire, di comprendere, le tue azioni. Però questo può accadere se e solo se smetti di vivere sigillato nella recita. Se ripeti sempre le stesse azioni generate dai tuoi programmi, magari un tantino obsoleti, i risultati non cambieranno.

A cosa serve scoprire di essere ricco come Creso se poi ti comporti come uno sguattero?

In che cosa consiste lo smettere di recitare? Cominciare ad ascoltare ciò che si muove dentro di te, o nello smettere di ignorarlo.  Nell’imparare a discriminare fra i pensieri e ciò che viene dal profondo di te. Nel prendersi il rischio di ciò che proviene da dentro di te, senza imporlo a nessuno ma onorandolo tu per primo/a, se necessario condividendolo, prendendoti anche la responsabilità del regalo che hai ricevuto, e onorando il fatto che è un grande privilegio. Con il tempo diventare sempre più bravi a fare tutte queste cose.

A 18 anni quasi tutti prendiamo la patente, e la libertà che ne consegue è un dono meraviglioso, ma viene con molte responsabilità. Da quel giorno comincia il viaggio, e pian piano ci facciamo carico di imparare davvero tutto quel che serve per muoverci, e da allora in poi chi sa guidare bene sa che non smetterà mai di imparare, sopratutto se vuole viaggiare in posti nuovi, ognuno dei quali presenta cose da comprendere per non fare incidenti né prendere multe.

Il dono della Grazia ha anche lui moltissime responsabilità collegate. Ma chi si sognerebbe di tornare indietro?

Agricolture spirituali

23 Mar

Di questo si tratta…. Non è esattamente un lavoro, non è una cosa particolarmente cool, non si può negare che la faccia eppure è evidente che non sia io a farla, come un agricoltore sarebbe ridicolo se affermasse “le mie piante le faccio crescere io”. Non è così, eppure qualcosa fa.

La metafora che mi è arrivata questa mattina mi è parsa molto accurata: la spiritualità ha molte similitudini con l’agricoltura. Qualcuno potrebbe sperare con il giardinaggio, ma purtroppo no, proprio l’agricoltura. Nella spiritualità lo sforzo quando c’è è considerevole, e ci si deve sporcare le mani. Niente guantini protettivi, quantomeno a volte bisogna proprio toglierseli. Nell’agricoltura ti metti in gioco, in un certo senso ne va della tua sopravvivenza, se le tue piante muoiono rischi in prima persona, più del semplice umore. Raramente puoi partire acquistando qualcosa di pronto. Se avviene di solito il prezzo e la preparazione li hai già affrontati in precedenza, magari in maniera non formale ma del tutto sostanziale. Non si arriva alla spiritualità vera senza aver pagato un prezzo importante, senza avere -per un motivo o un altro- compreso che questo aspetto della propria vita è assolutamente centrale. Non è, e non può essere, un hobby. Deve essere un lavoro? Se lo chiedi a me temo di si, anche se nulla ti impedisce di averne un secondo! Quantomeno l’intensità dell’impegno deve essere quella, e per quel che ne so anche la centralità del tema. Intendiamoci, si può vivere molto bene anche occupandosene un (bel?) po’, ma senza arrivare a quel punto. In fondo non è detto che il lavoro che siamo venuti per fare debba essere completato in questa vita, e ciascuno deve sentire che cosa è giusto per se. Se ad un certo punto tu che leggi ti sei posto il problema di “risolvere definitivamente” questa vita, nel senso di arrivare in fondo, temo non ci sia possibilità: lo sforzo che ti sarà richiesto sarà totale.

Però è importante anche sapere che la parte difficile, proprio come per un agricoltore, non sarai tu a farla. Il vero miracolo lo faranno il sole, la pioggia, la terra, il vento, qualche sconosciuto animale o insetto, e avverrà nella profondità più nascosta. Lo farà la Vita. Tu devi solo presentarti sui tuoi campi. Giorno dopo giorno. Fare ciò che è necessario, cosa che peraltro a volte richiederà un investimento, oppure molto impegno, o magari una preparazione specifica e profonda. Lo vedi, lo senti, di solito lo sai, proprio come un agricoltore: se si è appena comprato il campo sa che dovrà ararlo un bel po’. Se ha appena seminato, sa che dovrà irrigare. Se non sa che cosa deve fare, si va a cercare un consiglio, da un amico o da un professionista. “Ma mi serve una guida, un maestro?” Questa è una domanda importante, che avrebbe bisogno di un trattamento a parte. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa chiedendo una risposta immediata e definitiva risponderei di si, ma in un certo senso questa risposta soggiace anche lei a quanto letto poco fa: lo vedi, lo senti, di solito lo sai. E quando sei pronto, ti trova.

Una mongolfiera

9 Dic

Immagina per un momento: sei una mongolfiera. Libera da costrizioni, ti libri nell’aria e voli. Se qualcosa ti appesantisce, se la zavorra che ti porti dentro è troppa, resti implacabilmente ancorata al suolo.
Cosa ti appesantisce? Davvero ti appesantisce? La coscienza che sei è intoccata da quel peso. A meno che lei stessa non lasci a quel peso il potere di mantenerla costretta a terra. Come intoccata? Intoccata! Guarda con attenzione: cosa è sempre stato lì presente in tutte le fasi della tua vita, chi ha osservato tutti gli eventi mentre si succedevano uno dopo l’altro, in quale spazio accadevano? Ti sei mai spostato veramente, o si è spostato solo il tuo corpo? Quella stessa coscienza consapevole è l’unica cosa immutabile di te, l’unica assoluta certezza. Ed è rimasta immutata da quando hai memoria.

Ma i carichi, le zavorre “esistono”. Qualcuno li chiama carichi karmici. Se accettiamo per un momento questa prospettiva, la ricerca spirituale diventa semplicemente un combinato composto di scaricare la mongolfiera delle sue zavorre, e aumentare la temperatura dell’aria. Scopo finale la libertà di volare dove sei davvero destinato.
E’ vero che i carichi karmici non esistono e quindi non possono fermare la coscienza, ma la manifestazione incarnata della consapevolezza che sei ne subisce il peso, fino a quando non si accorge davvero che non sono mai esistiti.

In questa prospettiva, il risveglio è il primo volo. Da solo o con l’aiuto di qualcuno, sei riuscito ad aumentare la temperatura dell’aria, e magari a non credere come hai sempre fatto “non posso!”, e ti sei librato in volo. Dopo un risveglio cosciente sai che quella gabbietta in cui ti trovi in realtà è il cestello di una mongolfiera, e sei tutt’altro che bloccato lì per sempre, anche se ti trovi in questo corpo e con questa mente, perchè essi viaggiano -o possono viaggiare- con te.
La liberazione consiste nell’aver sviluppato abbastanza capacità ed energia per mantenere la temperatura dell’aria della mongolfiera alta a sufficienza, e nell’aver scaricato sufficiente zavorra karmica. Sufficiente a riconoscere che non puoi soffrire se non lo permetti tu, anche se puoi provare dolori profondi. Sufficiente a riconoscere l’amore di cui sei sempre stato circondato, anche nella disperazione più nera.
Illuminazione vuol dire vedere il karma nella sua interezza, il tuo e quello che circola all’interno del sogno, e sapere che sei del tutto intoccato da esso, saperlo con ogni fibra del tuo corpo, mantenere consapevolezza di questo anche di fronte ai pensieri più subdoli e i dubbi più terribili. La mongolfiera, non contenta di volare nel cielo, vola oltre l’atmosfera ed esplode. La coscienza ritorna a se stessa, riprende la misura di Sé, rimette in prospettiva questo microscopico pianeta con i suoi miliardi di miliardi di storie, rese microscopiche dalla loro irrilevanza, eppure così importanti, perchè “come in cielo, così in terra”.

Non so come mi sia venuta questa metafora, ma ho notato che era accurata per me, e ho pensato di condividerla. Accurata perchè vedo il karma che può inchiodarmi a terra come una potente forza di gravità, le tendenze karmiche che rendono la mia vita un insieme di scelte obbligate, se glielo permetto; vedo come ho bisogno di una considerevole energia per volare, energia che in tutti questi anni non ho fatto altro che esercitare, sviluppare, potenziare. Perchè una volta che ti libri in volo, quello che provi te lo farà cercare per sempre, ti farà struggere proprio come un fiore si strugge per sbocciare. Come se potesse sbocciare domani. Anche se può accadere solo qui e ora.

Vivi respirando – Parte I – Il corpo di dolore

25 Apr

Il concetto di corpo di dolore è stato coniato da Eckhart Tolle, forse l’insegnante vivente principale e più conosciuto del pianeta. Descrive con estrema efficacia una delle parti del “me” come lo abbiamo vissuto fino a prima di riconoscere chi siamo, quella parte che emerge quando per qualche motivo la presenza non è a un livello sufficiente e sembra quasi dirottare il “me”, portandolo a fare cose di cui tendiamo a pentirci molto in fretta.

Eckhart ha mostrato con chiarezza come il nostro perdere lucidità porti al sopravvento di una parte di noi, che lui ha chiamato il corpo di dolore, che sembra avere priorità spesso anche in conflitto con la nostra coscienza e con i nostri pensieri. Vale la pena ricorrere a qualche esempio.

Avete presente quelle situazioni nelle quali sappiamo benissimo che stiamo per dire qualcosa che il nostro interlocutore prenderà male, che sia perché ne soffrirà (e noi ci stiamo di fatto comportando da carnefici) o perché scatenerà in lui sensazioni e reazioni negative (magari ci tiriamo proprio la zappa sui piedi), eppure la diciamo lo stesso?

Un’altra situazione tipica tende a verificarsi durante la guida, nel traffico. Appena qualcuno fa qualcosa che non rientra nel nostro schema “ci si comporta così” si presentano varie versioni del corpo di dolore, da quella che parte in quarta alla minima presunta offesa, come se volesse punire l’automobilista che si è reso colpevole di chissà quale offesa mortale, a quella che si mette a discutere con il guidatore fellone (naturalmente senza che costui possa controbattere né tanto meno sentire quel che ci viene fuori), passando per tutte le varianti possibili fra cui la tradizionale selva di insulti e gestacci, evidenti o soffocati dentro di noi.

Non credo sia difficile osservare come in entrambi gli esempi le reazioni descritte vadano invariabilmente e spesso unicamente a nostro discapito. Abbiamo l’impressione di scaricarci di parte dell’emozione negativa, ma in realtà ci intossichiamo per 100, e se ci va di lusso scarichiamo per 30 o 40. Spesso però ci esponiamo anche a rischi e potremmo perfino causare incidenti, diplomatici nel primo esempio, veri e propri nel secondo.

Il punto cruciale qui è vedere realmente che questo avviene dentro di noi, e a volte prenderne coscienza potrebbe causare uno shock. Il secondo punto è sapere che si tratta di un soggetto (probabilmente in psicologia lo chiameremmo alter-ego) piuttosto folle, che sopravvive dentro di noi solo fino a quando la presenza non è sufficiente a farlo svanire. Un terzo punto di notevole importanza consiste nel riconoscere che il corpo di dolore non è per nulla personale. Nel senso che pur apparendo in modalità a volte peculiari e uniche per ciascuno di noi, si tratta dello stesso “animale” che attraversa me e chiunque altro, che si alimenta di sofferenza individuale e collettiva, le cui caratteristiche, per la versione che tocca ciascuno di noi, possono essere certamente state influenzate dal vissuto personale e familiare.

Come si fa a neutralizzare? Vedendolo. Non accorgendosene con il pensiero, ma percependolo con tutto il nostro essere, fino a che non sia scattato l’”aha” che ce ne separa.

Un piccolo inciso: la rappresentazione letteraria tipica del corpo di dolore è il vampiro. Fino a quando è buio -metaforicamente la mancanza di luce è mancanza di presenza- si scatena; non appena sorge il sole -la presenza torna padrona del campo- si deve andare a rintanare in una tomba. Da un punto di vista cinematografico, invece, il personaggio più adatto a dare l’idea del “mostriciattolo” corpo di dolore è Smigol/Gollum, frutto della fantasia di J.R.R.Tolkien e rappresentato magistralmente al cinema ne “Il Signore degli Anelli”. Come molti ricorderanno, si tratta di un mostro dal comportamento bipolare, estremamente servile e codardo oppure altrettanto aggressivo e vile, ma in ultima analisi guidato solo dalla ricerca di dolore, come se quest’ultimo fosse la sua unica ragione di vita, e che non sopporta di esser colto in fallo, cosa che tipicamente lo rende del tutto impotente.

Vivi respirando – parte I – Il momento presente

17 Apr

Uno dei modi con cui i mistici hanno cercato di farci rientrare in noi stessi e di svegliarci, è stato di farci ritornare al momento presente. Qui preferisco provare ad anticipare le conclusioni per poi argomentarle, anche se costringerà il lettore a un bel salto. Molte delle descrizioni che seguono, infatti, potrebbero essere usate nella terza sezione di questo scritto.

Sempre tenendo a mente che parole e frasi sono cartelli e non la realtà che cercano di richiamare, non diverse da una equazione matematica usata per descrivere un fenomeno fisico, potremmo fare una serie di affermazioni come queste:

  • L’”Io” vero, quello che posso riconoscere adesso, è lo spazio di coscienza consapevole in cui tutto accade;
  • Senza questo “Io”, la realtà non potrebbe nemmeno sorgere, perché la precede e la sottende; un po’ come dire che le parole non potrebbero esistere davvero se non vi fossero orecchie che ne consentissero prima la creazione e poi l’ascolto;
  • Questo spazio di coscienza racchiude in sé tutta la Creazione, ne è al tempo stesso il seme e il frutto;
  • Il dove e il quando in cui tutto accade è… qui e ora. Tutto ciò che posso davvero sapere e confermare al di là di ogni possibile dubbio è osservabile nel momento presente. Il resto è memoria o speculazione, entrambe frutto della mente e perciò non confermabili;
  • Non è possibile trovare alcuna separazione fra le singole componenti della realtà che sperimentiamo, sebbene la mente possa provvedere a inventarsi distinzioni ed etichette adatte allo scopo.

Queste affermazioni possono essere verificate facilmente da ciascuno di noi, dopo aver riconosciuto. Il che non garantisce che la mente non troverà mille argomentazioni per smentirle. Ma come avevo anticipato queste comprensioni non sono né acquisibili con gli strumenti del pensiero né adatte ad essere inserite all’interno di uno schema mentale. Eppure riconnettendoci a noi stessi possiamo provare a controllarne la veridicità con cura, confortati sia dal fatto che migliaia di mistici hanno trasmesso e mostrato queste comprensioni per millenni interi, sia da quello che ormai molte di queste stesse affermazioni siano oggetto di innumerevoli conferme scientifiche.

Ma allora se vado oltre l’apparenza io sono il momento presente? A costo di far venire qualche brivido, e consci del fatto che l’affermazione non fa che sintetizzare una Realtà molto più ricca e complessa, possiamo dire che è così.

Ecco perché tutti gli insegnamenti hanno sempre sostenuto che è così importante essere presenti, essere nel momento presente, essere consapevoli e compagnia bella. Essere nel momento presente significa essere se stessi. Con tutti i turbamenti che questo comporta, perché molto spesso ciò che c’è nel momento presente non ci piace, lo vorremmo diverso, ci provoca frustrazioni.

Ma il momento presente è la nostra vita stessa, anzi è Vita, ed essere allineati con esso è essere allineati profondamente con noi stessi. Il che, neanche a dirlo, reca con sé una pace senza confini.

Vivi respirando – Parte I – Oltre la storia di me

12 Apr

“Si, e… allora?”. Le implicazioni del riconoscerci sono davvero molto estese, in inglese si direbbero life-changing (ti cambiano la vita), ma non necessariamente evidenti sopratutto all’inizio del viaggio vero. Il percorso iniziato riconoscendo consapevolmente chi siamo serve a poter finalmente andare oltre la storia di me che ci siamo costruiti, e che troppo spesso raccontiamo a noi stessi e agli altri.

(Ce) La raccontiamo così convinti che siamo davvero, proprio fatti così, da non voler nemmeno più metterla in discussione per non sentirci stupidi, ma la realtà di noi stessi è infinitamente più vasta di quanto qualunque storia potrebbe mai raccontare, al punto che la conoscenza di sé è un viaggio infinito, in cui il meglio che si possa ottenere è la consapevolezza di quanto poco si sappia. Riprendere contatto con noi stessi inizialmente ci permette di stare semplicemente meglio, perché dal nostro spazio interiore proviene una pace di qualità molto superiore a quella cui siamo abituati – quella che dipende dalla mancanza di fastidi esterni o dalla presenza di cose che ci portano piacere; poi ci porta a muoverci allineati a noi stessi e alla vita che ci circonda, permettendole un fluire armonico. Si, avete ancora bisogno di dare fiducia a queste pagine e arrivare in fondo. Non che stia promettendo nulla, ma per avere almeno una infarinatura di quanto ci aspetta è importante non prestare il fianco al giochino della mente “mbhé?” fino a quando non si siano consolidati gli strumenti per riderne.

Per tornare all’argomento di questo paragrafo: stare con, partire dal, lo spazio di presenza che a quest’ora dovremmo aver riconosciuto consente finalmente di non scegliere più sulla base di pensieri ma di cortocircuitarli e muoverci da noi stessi. So che suona strano affidarsi a quella specie di nulla che abbiamo riconosciuto -anzi che l’autore sostiene- essere noi stessi, e genererà un numero di dubbi considerevole. Né è detto che questo accada fin da subito, ma pian piano dovremmo imparare a distinguere quando ci sentiamo e quando pensiamo di sentirci in un certo modo, e quando ci sentiamo e quando invece pensiamo di fare qualcosa.

Mille volte ci siamo trovati a non sapere che cosa fare, e ci siamo affidati ai pensieri e ai ragionamenti, ma partire da noi stessi ci fa muovere in modo radicalmente diverso, anche se i risultati sembrano errori. Questo assetto non ci impedisce di fare errori, a volte ne abbiamo bisogno per i motivi più disparati, ma eventualmente di capirli e comunque porta con sé l’allinearsi a noi stessi ed alla vita che ci circonda, ma non a sogni o incubi, nostri o di qualcun altro.

Il miglior modo che io conosca di descrivere questa differenza proviene da Osho, un mistico indiano vissuto dal 1931 fino all’inizio del 1990, che sosteneva che solo chi tiene gli occhi chiusi ha il dubbio della scelta, come un cieco ha necessità di provare e tastare con il suo bastone i muri della stanza dove è rinchiuso per trovare la porta. Colui che ha gli occhi aperti non ha quel dubbio, vede dove si trova la porta. Questo non significa che da oggi in poi sarà sufficiente riconnettersi per avere sempre le idee chiare, perché talvolta quando cerchiamo la risposta essa non è ancora giunta, ma ci salvaguarda dal muoverci su basi non allineate a noi stessi.

Vivi respirando – Parte I – Il radicamento nel corpo

4 Apr

Il corpo è il cancello. Questo corpo che sperimentiamo è l’organismo sensoriale di ciò che prima ho chiamato la nostra essenza -ma si potrebbero utilizzare molte altre etichette- che nella sua forma umana è in grado finalmente di riconoscersi, di osservarsi, di fare esperimenti su se stessa e di comprendersi. Essendo il cancello, il punto di ingresso della coscienza nella propria creazione, è molto importante. Infatti noi diamo notevole attenzione ai fenomeni che riguardano il nostro corpo: ce ne prendiamo cura, soffriamo se non sta bene, cerchiamo di arrecargli beneficio in molti modi. Però tipicamente non viviamo davvero il nostro corpo, molto raramente siamo consapevoli di ciò che gli accade, al punto che troppo spesso gli attacchi cardiaci, che prima di diventare davvero pericolosi provocano dolore per molte ore, non vengono nemmeno notati dalle vittime fino a che non arrivano ad essere pericolosi se non letali. Altrettanto sovente tendiamo a torturarlo, nel tentativo di sentirci vivi o nella convinzione che esso ci fa provare dolore.

Diventare consapevoli del corpo è fondamentale per diventare consapevoli, è un altro prerequisito indispensabile. Cosa significa diventare consapevole del proprio corpo, e come si fa? Ho già descritto in estrema sintesi un modo efficace, poco fa nel paragrafo Il Riconoscimento consapevole. Potrebbe sembrare un esercizio sterile a -sopratutto alla mente di- chi legge, eppure è la base assoluta di tutto il viaggio verso di Sé, ne costituisce le fondamenta. Quel metodo è solo uno dei tanti disponibili, e ciascuno può e forse deve trovare il proprio, sia esso una variazione di quello proposto o una alternativa.

Potrei dire che è del tutto sufficiente vivere consapevoli del proprio respiro per vivere da svegli, come lascia intuire il titolo di questo scritto. Se non si è ancora riconosciuto se stessi, seguire il proprio respiro porta senza possibilità di scampo a fare questo “passo”. Se si ha già ricevuto questo dono, tenerlo d’occhio garantisce di essere ciò che si è, di restare sintonizzati, e impedisce di perdersi nuovamente nei vecchi schemi.

Ma fare lavori sul corpo aiuta in questo processo? Si, ma senza il riconoscimento di Sé i progressi potrebbero rivelarsi non sostanziosi né duraturi. E’ pur vero che in persone molto poco in contatto con il proprio corpo potrebbe essere necessario lavorare prima su di esso per potervi “entrare” abbastanza da effettuare il riconoscimento. Ma non deve essere usato come scusa: a mio avviso la probabilità che ci si trovi davvero in una condizione del genere è nel complesso ridotta.

Come dicevamo, ciò che rimane dopo il riconoscimento, potrebbe esser descritto con parole come “un grande silenzio”, “un grande spazio”, “pace”, “presenza”. Non vi siamo per nulla abituati, quindi è frequentissimo che quel simpatico meccanismo generatore di pensieri chiamato mente, “lo” svaluti, cerchi di riprodurre la sensazione o le sensazioni che esso genera, o di appropriarsene. Fa tutto parte del processo. L’importante è riconnettersi al corpo ogni qualvolta ci si renda conto che questo avviene, con pazienza e fiducia. La mente ha creato nel corso della nostra esistenza miliardi di pensieri, quindi non è ragionevole attendersi che smetta di botto e si arrenda al silenzio assordante che si cela dentro di noi. Ma ritornare con l’attenzione nel corpo, e osservare il momento presente con tutto quello che c’è dentro di noi e fuori, ne neutralizza l’impatto. Basta davvero un bel respiro consapevole. Anche se in momenti difficili potrebbe dover essere ripetuto spesso.

Ad essere onesti questo lavoro va fatto -anche perché è possibile farlo solamente- ora. Non c’è alcun bisogno di preoccuparsi di quanto accadrà in futuro.

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