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You don’t push away “causeless” joy, do you?

14 Set

I don’t know why last night brought me this question nor why she made me answer it. Maybe because I felt that in older and less cheerful times I happened to enjoy random bursts of happiness too, but I must have been pushing them away, by wondering what reasons I had to be happy.

Perhaps there is no need to say it, yet: joy is perfectly justified, always. She is, for millions of reasons. I could list some of them, starting with the fact that you are alive, you can read these words, you can probably tell your loved ones how much you do love them, you can walk (ever tried to do without, for a few days or months?), or you can take something with your own hands… I could go on forever, probably.

“What? How about all the misery that surrounds us?” Dear, you can neither tell how much such “misery” is, nor why it is there. On the first matter, if you ask someone who lives in the slums of Calcutta or Rio if he or she is happy or not, you will probably get very similar answers to the one you could get in Manhattan or Milan. Actually, they could be even better. If you ask a 10 year old boy… the first enjoy themselves more for sure. To address the second statement, let me confess one of my feelings about life: this experience has a purpose, and it is to grow up. I shall use Catholic language to make my point, but I could use another one: “misery”, if and when you experience it, is the gift that God is sending you so that you can grow up a lot. I know that sometimes it is not easy to see, let alone to accept, it, but if you could it would make it so much easier.
Mother Teresa, during an interview with the BBC, was once told, “You know, Mother, it’s easy for you to be more dedicated to service than us, mere mortals. You do not own a house. You have no possessions. You do not have a car. You do not have insurance. You do not even have a husband.” Mother Teresa replied: “Forgive me. I do have a husband -showing the ring that her monastic order wears to symbolize the marriage with Christ- I have a husband, and I want you to know that He can be really rough, at times.”

“But I feel awful!” I am sorry to hear that. May I ask you a question? Why are you feeling bad? I do not care about your answer -no, I did not just go nuts- but you should. I advise not to respond just now, though. I highly recommend sitting on the question, maybe even sleeping on it, and let it dig inside until it can. In the spiritual world I might say meditate on it. The insights that might come could be a significant surprise, and they might even change something inside.

A small additional “caveat” (a Latin word meaning a meaningful detail).
Let’s pretend for a moment that Life is a mother. A deeply loving mother -like most mums- who can not read minds. How does she know what you want?
If I were talking, now I would switch to whispering: “You need to let her know.” How? By saying thank you. Being grateful for everything that she sends our own way, which is very much, puts her in the mood to be even more generous –how human of Her!– and even more importantly lets her know what we really like, what moves us, what excites us and what makes us really, deeply happy.
The famous book “The Secret” contains quite a bit of nonsense, but also a few important truths. We do have the power to create our own reality, but it pertains to the depth, or heights, of ourselves, not to our silly minds. What attracts our energy now is what creates our reality. That’s why you see many people who are very rich and yet might not exactly be deemed to deserve much (how judgemental, lol). They are honest and clear, perhaps only towards life but that’s more than enough: life loves them just like she loves us, and she hears them.

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Non è che per caso attribuisci la gioia “ingiustificata” a stupidità, vero?

13 Set

Non so come mai la scorsa notte mi abbia portato questa domanda e spinto a risponderle. Forse perché in tempi passati e meno allegri certe abbondanze di felicità c’erano, ma mi chiedevo per quale motivo le avrei dovute avere e chissà quante volte, invece di godermele, esserne contento e ringraziare, me le facevo passare.

Forse non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma per un istante lo faccio lo stesso: la gioia è perfettamente giustificata, sempre. Lo è per milioni di motivi. Li potrei elencare, partendo dal fatto che sei vivo, che puoi leggere queste parole, che probabilmente puoi dire quanto vuoi bene alle persone che ami, che puoi camminare (mai provato a stare senza per qualche giorno o qualche mese?), che puoi prendere qualcosa con le tue mani e potrei ovviamente andare avanti in eterno.

“Ma come, e tutta l’infelicità che mi circonda?” Tesoro, tu non sai né quanta sia, nè perchè ci sia. Quanto al primo argomento, se chiedi a chi vive negli slum di Calcutta o di Rio se è felice o meno hai praticamente le stesse risposte che nei quartieri alti di Milano o New York, forse perfino meglio. Se poi lo chiedi a un bambino di 10 anni… puoi star certo che le percentuali migliori le hanno loro. Quanto al secondo argomento, sono costretto a fare una piccola premessa sul mio personale punto di vista: questa esperienza di vita ha uno scopo ben preciso, crescere. Il “male”, per usare un gergo cattolico ma potrei usarne un altro, è il dono che Dio ti sta facendo perché tu possa crescere, e molto. Mi rendo conto che potrebbe non esser facile da accettare o da vedere, ma il vederlo lo rende molto più accettabile.
Madre Teresa, nel corso di una intervista alla BBC, si sentì dire “Sa, Madre, è facile per lei essere dedicata al servizio più di noi, comuni mortali. Lei non possiede una casa. Non ha possedimenti. Non ha una macchina. Non possiede una assicurazione. Non ha nemmeno un marito.” Madre Teresa rispose: “Mi perdoni. Io ho un marito.– mostrando l’anello che il suo ordine monastico porta per simboleggiare il matrimonio con il Cristo– Ho un marito, e vorrei che lei sapesse che Egli può essere un tipo davvero difficile in certi momenti.”

“Ma io sto male!” Ok, mi dispiace sentirlo. Posso farti una domanda? Perché stai male? Ovviamente la risposta non mi interessa –no, non sono impazzito– ma interessa te. Non ti consiglio di rispondere subito, però. Ti consiglio invece di sederti sulla domanda, magari dormirci anche sopra, e di lasciare che ti scavi dentro fino a che riesce. In gergo ti dovrei dire meditaci sopra. Le risposte che troverai ti sorprenderanno e potrebbero perfino cambiarti.

Un piccolo caveat aggiuntivo.
Facciamo finta per un attimo che la Vita sia la mamma. Una mamma che -come tutte le mamme- è davvero amorevole ma non sa leggere nel pensiero. Come fa a sapere che cosa desideri?
Se ti stessi parlando adesso bisbiglierei: “Glielo devi far capire”. Come? Ringraziando. La gratitudine per tutto ciò che ti dona, che è molto, la predispone a darti anche di più, ma sopratutto le fa sapere che cosa ti piace, che cosa ti muove, che cosa ti entusiasma e che cosa ti rende felice.
Il famoso libro “The Secret” contiene tante sciocchezze ma anche qualche verità. Il potere di creare la nostra realtà lo abbiamo, ma pertiene alla profondità di noi stessi, non alla nostra mente, spesso sciocchina. Ciò che ci muove davvero è ciò che crea la nostra realtà. Ecco perché ci sono molte persone magari non del tutto degne che sono ricchissime. Sono oneste e molto chiare nei confronti della vita (magari solo di quest’ultima, ma è sufficiente), che ama loro esattamente come noi, e li esaudisce.

Sei tu!

8 Mag

Questa mattina mi si è presentato un tema noto, un vecchio conoscente, che una persona cara ha riportato da me. Quest’ultima ha lamentato qualcosa tipo “ma io voglio sapere davvero chi sono, voglio che resti!”

E’ forse il lamento, la sofferenza più frequente che viene da quanti abbiano sperimentato una qualche forma di risveglio. E’ ancora più significativo se per la persona ci sono stati effetti speciali, cioè se il riconoscimento di Sé è avvenuto con qualche esperienza particolare, magari molto piacevole.
La risposta che mi ha attraversato questa mattina la ho trovata molto interessante, e ho pensato di riportarla.

“Vedi, tu sei come una bambina che abbia visto se stessa dentro uno specchio. La prima volta che questo è accaduto hai provato un intenso stupore, una meraviglia.  Il riconoscere te stessa in quello specchio ha cambiato radicalmente la percezione che avevi di te stessa, e per sempre.”

Adesso sai che aspetto hai. Nell’incontrare quello specchio, sono però accadute due cose, non una sola. La prima è stato vederti per la prima volta e riconoscere che, certo, sei tu! La seconda è stata trasformare la percezione di te stessa. Si perché una volta che ti sei vista per quello che sei potresti ancora fare finta di essere qualcun altro –e chi te lo potrebbe impedire?– ma non sarà mai più come prima, perché la rivelazione non può essere disfatta. E’ un po come un consorte che abbia trovato il suo partner con qualcun altro: qualcosa cambia per sempre. Puoi scegliere di andare avanti, che so, di perdonare o accettare la situazione, ma non è possibile non farci i conti, nemmeno per i più tenaci negazionisti.

Una volta acquisito quanto sopra, tu ricominci ad andare in giro per il mondo e a giocare con quel che la vita ti propone. Puoi rimetterti di fronte ad uno specchio quando vuoi, ma sarebbe sciocco sia l’aspettarsi che lo specchio ti segua, che di trovarne uno ad ogni angolo. Diciamola tutta: non sarebbe sciocco anche pretendere di meravigliarsi e provare la stessa emozione che si è provato la prima volta, ogni qualvolta ricapiti di trovarci in bagno o nel camerino di un negozio, magari dopo anni e cresciute assai?

Questo non toglie nulla alla meraviglia di chi sei tu, anzi. Siccome chi sei tu davvero non ha confini, se non commetti nemmeno l’errore di incelofanare o cristallizzare quello che hai ricevuto, continuerà a stupirti giorno dopo giorno. Le tue reazioni ti stupiranno, la tua capacità di intuire, di comprendere, le tue azioni. Però questo può accadere se e solo se smetti di vivere sigillato nella recita. Se ripeti sempre le stesse azioni generate dai tuoi programmi, magari un tantino obsoleti, i risultati non cambieranno.

A cosa serve scoprire di essere ricco come Creso se poi ti comporti come uno sguattero?

In che cosa consiste lo smettere di recitare? Cominciare ad ascoltare ciò che si muove dentro di te, o nello smettere di ignorarlo.  Nell’imparare a discriminare fra i pensieri e ciò che viene dal profondo di te. Nel prendersi il rischio di ciò che proviene da dentro di te, senza imporlo a nessuno ma onorandolo tu per primo/a, se necessario condividendolo, prendendoti anche la responsabilità del regalo che hai ricevuto, e onorando il fatto che è un grande privilegio. Con il tempo diventare sempre più bravi a fare tutte queste cose.

A 18 anni quasi tutti prendiamo la patente, e la libertà che ne consegue è un dono meraviglioso, ma viene con molte responsabilità. Da quel giorno comincia il viaggio, e pian piano ci facciamo carico di imparare davvero tutto quel che serve per muoverci, e da allora in poi chi sa guidare bene sa che non smetterà mai di imparare, sopratutto se vuole viaggiare in posti nuovi, ognuno dei quali presenta cose da comprendere per non fare incidenti né prendere multe.

Il dono della Grazia ha anche lui moltissime responsabilità collegate. Ma chi si sognerebbe di tornare indietro?

Spiritual agriculture

23 Mar

That’s it …. It’s not exactly a job, not a very cool thing, I can’t deny I am doing it and yet it is obvious that it is not me who does it, as a farmer would be ridiculous if he affirmed “I make my plants grow.” No he doesn’t, yet he does something.

I felt that the metaphor I received this morning is very accurate: spirituality has many similarities with agriculture. Some might hope with gardening, but unfortunately no, agriculture. When effort is involved in spirituality, it is considerable, and you have to get your hands dirty. No protective gloves, at least sometimes you just have to take them off. You put yourself into the game, in a way it is a matter of survival. If your plants die you risk personally, a tad more than just your mood. Rarely you can start by buying something ready made. If it seems to happen, it just means that the price and the preparation were addressed earlier, perhaps in a non formal yet substantial way. You do not get to true spirituality without having paid a significant price, without having understood – for one reason or the other – that this aspect of your life is absolutely central. It is not, and can’t be, a hobby. Must it be a job? If you ask me: I’m afraid so, although nothing prevents you from having a second one. At least the intensity of the commitment should be of that kind, and as far as I know also the centrality of the theme. Mind you, you can live very well taking care of it (quite a?) bit. After all, who says that the work we came to do has to be completed in this life? One must feel what is right for him or herself. Yet if at some point you came to the conclusion that you should “finally resolve” this life, in the sense of getting to the bottom of it, I’m afraid there is no other chance: the effort that will be required will be total.

It is also important to know, though, that the real part, just like a farmer, won’t be done by you. The miracle will be performed by the sun, the rain, the earth, the wind, some unknown animal or insect, and at the innermost core. In a word: Life. You just have to show up on your fields. Day after day. Do what is necessary, which sometimes might require an investment, or quite some effort, or perhaps a specific and deep preparation. You see it, you feel it, usually you know, like a farmer: if you just bought the field you know you will have to plow. You have just planted? You will have to irrigate. If you do not know what to do, you go seek advice from a friend or a professional. “Do I need a guide, a Teacher?” This is an important question, which would require a separate treatment. If I were pointed a gun to my head, for an immediate and definitive answer, I’d say yes. Yet this answer is subject to what you just read, too: you see it, you feel it, you usually know. And when you’re ready, he or she will find you.

Agricolture spirituali

23 Mar

Di questo si tratta…. Non è esattamente un lavoro, non è una cosa particolarmente cool, non si può negare che la faccia eppure è evidente che non sia io a farla, come un agricoltore sarebbe ridicolo se affermasse “le mie piante le faccio crescere io”. Non è così, eppure qualcosa fa.

La metafora che mi è arrivata questa mattina mi è parsa molto accurata: la spiritualità ha molte similitudini con l’agricoltura. Qualcuno potrebbe sperare con il giardinaggio, ma purtroppo no, proprio l’agricoltura. Nella spiritualità lo sforzo quando c’è è considerevole, e ci si deve sporcare le mani. Niente guantini protettivi, quantomeno a volte bisogna proprio toglierseli. Nell’agricoltura ti metti in gioco, in un certo senso ne va della tua sopravvivenza, se le tue piante muoiono rischi in prima persona, più del semplice umore. Raramente puoi partire acquistando qualcosa di pronto. Se avviene di solito il prezzo e la preparazione li hai già affrontati in precedenza, magari in maniera non formale ma del tutto sostanziale. Non si arriva alla spiritualità vera senza aver pagato un prezzo importante, senza avere -per un motivo o un altro- compreso che questo aspetto della propria vita è assolutamente centrale. Non è, e non può essere, un hobby. Deve essere un lavoro? Se lo chiedi a me temo di si, anche se nulla ti impedisce di averne un secondo! Quantomeno l’intensità dell’impegno deve essere quella, e per quel che ne so anche la centralità del tema. Intendiamoci, si può vivere molto bene anche occupandosene un (bel?) po’, ma senza arrivare a quel punto. In fondo non è detto che il lavoro che siamo venuti per fare debba essere completato in questa vita, e ciascuno deve sentire che cosa è giusto per se. Se ad un certo punto tu che leggi ti sei posto il problema di “risolvere definitivamente” questa vita, nel senso di arrivare in fondo, temo non ci sia possibilità: lo sforzo che ti sarà richiesto sarà totale.

Però è importante anche sapere che la parte difficile, proprio come per un agricoltore, non sarai tu a farla. Il vero miracolo lo faranno il sole, la pioggia, la terra, il vento, qualche sconosciuto animale o insetto, e avverrà nella profondità più nascosta. Lo farà la Vita. Tu devi solo presentarti sui tuoi campi. Giorno dopo giorno. Fare ciò che è necessario, cosa che peraltro a volte richiederà un investimento, oppure molto impegno, o magari una preparazione specifica e profonda. Lo vedi, lo senti, di solito lo sai, proprio come un agricoltore: se si è appena comprato il campo sa che dovrà ararlo un bel po’. Se ha appena seminato, sa che dovrà irrigare. Se non sa che cosa deve fare, si va a cercare un consiglio, da un amico o da un professionista. “Ma mi serve una guida, un maestro?” Questa è una domanda importante, che avrebbe bisogno di un trattamento a parte. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa chiedendo una risposta immediata e definitiva risponderei di si, ma in un certo senso questa risposta soggiace anche lei a quanto letto poco fa: lo vedi, lo senti, di solito lo sai. E quando sei pronto, ti trova.

Down to the roots

28 Ago

2013 08 28 la memoria
This image gave a graphical representation to a feeling that I had for some time: the implications of my beliefs. When we begin to wake up or just do psychological work, we realize that a -sometimes very large- serie of fears or reactions of ours is interconnected. In reality, this picture could make us infer that they all might be.

Staying with the feeling of the present moment takes me back along the branch that just showed up. The deeper I can follow that feeling to, the closer I get to the origin of the family of reactions and fears, and the more I actually liberate it. As if I lived with a pair of glasses whose lenses were covered by films, layered upon each other and maybe a little dirty: staying with the feeling allows me to check, and most of the time realize, that it is useless and has no reason to stay there. Staying with a feeling does not necessarily allow me to get right down to the root of the belief or fear, but film after film I do get down to the lens. I might even realize that even the glasses have no solid reason to be there.

After being with the initial reaction of fear, if not dismay, that this image brought up for me, I got the intuition that any one branch of this structure can lead me to the center, the nucleus. No need to take care of each branch, I have just to follow the path to the core to unravel the mystery and to access peace, which can only be accessed just now.

In fact in many places in spirituality you hear mentions that the only thing to remove is the identification with the false self. Worth reminding: by identification I refer to the conviction of being someone or something different from what I really am. Unfortunately the fact that such identification is extremely well rooted is often omitted, and realizing intellectually that it is false does bring benefits, but does not free me.
The first understanding, that I just called intellectual but can also be more profound, allows me to realize that reality might look different if I look closer, and prepare the exploration that leads to an actual liberation.

The game is to follow the lead that the feeling gives me, by putting my attention to its manifestation in the body (keep in mind that many sensations occur in the head), and keep it there while it persists. Every sensation has the power to bring me back to peace, and this is what happens if I have the courage to welcome and follow it. Over time I noticed that by following the sensations, my internal space of peace widens. By following the feelings I explore and clean up the area.

An important note: the reason why I usually run away from feelings is that I am terrified of what they typically trigger, i.e. the Babylonia of fears, thoughts, assumptions and imaginary conclusions that makes me feel bad. Staying with the physical sensation prevents that reaction though, severing the connection between emotion and the streaming of absurd ideas we are accustomed to.

It’s just a different way of describing what the article “Bring that candle around your depths” mentioned….

One last observation: freedom does not mean no more unpleasant sensations. The difference lies only in what I do with the feelings that arise.

Picture: courtesy of https://www.facebook.com/FansOfCognitiveNeuroscience

Bring that candle around your depths

4 Apr

When you find the light within, you know you can access it. Call it recognition of yourself, awakening, or else, you know you have been changed, and Grace has entered your reality. That, normally, does not mean that the clarity it brings will affect all of your earthly experiences. Quite often we tend to develop  frustration on the topic, since at this point we can distinguish when the light is on and when it is not, we feel pain if it isn’t and we can’t stand going back to old repetitive patterns, which at this point become even more annoying.

Recognition needs to be integrated. This, in practical terms, means that you want the sparkle to spread out into the entirety of your human experience. How should you do that?

Imagine that the sparkle that entered yourself is a fire. Once you light it, it’s not going to extinguish itself. You can actually grow it bigger, usually by practice of some sort or by “trying to be present”. It will affect you, but ultimately it is extremely difficult that just out of that practicing it will enter every corner of your being. In fact you could say that once you light the fire in your cavern, it will brighten it but, because you are so much vaster than you think, its capacity to guide you will be still somewhat limited. As soon as you turn around the wrong corner, being it relating or some area affected by old pains or clutter of some kind, you will experience darkness again. What comes with it, is that most spiritual seekers will normally do the opposite of what is needed: meditate some more, and keep off dark spaces. Or become frustrated, maybe even teach so that they can get some confirmation that they are “perfect” as they are and brighten up the initial fire. Maybe ego is no longer in perfect control, but it has still quite some grip and can reinvent itslelf in a new, subtler and more acceptable version.

What needs to be done is integration. Because your fire is not going to be exhausted, you can start going around your cave, and the world, bringing a candle with you. Yes, go towards dark places. Let them suck you in at whatever depth. You have the candle with you. You will need to move slowly, humbly, of course, but do not worry too much because existence only gives you what you can handle. Gently and willingly enter those places with your candle, let yourself be consumed by that darkness. What actually reveals itself, is that if you do go into those corners as the light that you are, you will notice that obscurity not only gets enlightened by your candle, but it starts firing up itself. Yes, your obscurity, your pains, your fears, your gloom, are made of fuel, and as you enter them consciously and willingly stay there, not only the pain at some point seems to dissolve, but it turns out that it reveals itself as Love, the highest quality fuel for your candle.

How do you deal with the pains? Feel them. At the physical and/or energetical level: when something comes up, gently move your attention towards it, towards the area of the body where the feeling or the contraction appears, and sit with it for as long as you can, and as long as it is there, possibly be mindful of it even while doing other things. Do not run away. Just a little practice will show you that you can and it is not hard, not nearly as difficult as you imagine. You might also get “downloads” afterwards, understandings about it (do not look for them, especially initially or you will just approach it from your mind, which would be useless at best). It is a matter of relaxing in it. A little bit like entering a new area of the cave and becoming comfortable with the new space. It’s not new, most of the time, of course. It was just never entered consciouly, nor you ever tried to be comfortable in there. Still you will notice you can, and after a little practice you totally understand you should, since what you get out of that sitting is that you liberate that area!

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Most of these understandings, and the metaphore of the cave, came during my weekly session with Christine Wushke. A few more infos on hers might be found at the links below:

http://innerlightyoga.blogspot.ca/

https://www.facebook.com/let.your.heart.sing?fref=ts

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