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Non è che per caso attribuisci la gioia “ingiustificata” a stupidità, vero?

13 Set

Non so come mai la scorsa notte mi abbia portato questa domanda e spinto a risponderle. Forse perché in tempi passati e meno allegri certe abbondanze di felicità c’erano, ma mi chiedevo per quale motivo le avrei dovute avere e chissà quante volte, invece di godermele, esserne contento e ringraziare, me le facevo passare.

Forse non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma per un istante lo faccio lo stesso: la gioia è perfettamente giustificata, sempre. Lo è per milioni di motivi. Li potrei elencare, partendo dal fatto che sei vivo, che puoi leggere queste parole, che probabilmente puoi dire quanto vuoi bene alle persone che ami, che puoi camminare (mai provato a stare senza per qualche giorno o qualche mese?), che puoi prendere qualcosa con le tue mani e potrei ovviamente andare avanti in eterno.

“Ma come, e tutta l’infelicità che mi circonda?” Tesoro, tu non sai né quanta sia, nè perchè ci sia. Quanto al primo argomento, se chiedi a chi vive negli slum di Calcutta o di Rio se è felice o meno hai praticamente le stesse risposte che nei quartieri alti di Milano o New York, forse perfino meglio. Se poi lo chiedi a un bambino di 10 anni… puoi star certo che le percentuali migliori le hanno loro. Quanto al secondo argomento, sono costretto a fare una piccola premessa sul mio personale punto di vista: questa esperienza di vita ha uno scopo ben preciso, crescere. Il “male”, per usare un gergo cattolico ma potrei usarne un altro, è il dono che Dio ti sta facendo perché tu possa crescere, e molto. Mi rendo conto che potrebbe non esser facile da accettare o da vedere, ma il vederlo lo rende molto più accettabile.
Madre Teresa, nel corso di una intervista alla BBC, si sentì dire “Sa, Madre, è facile per lei essere dedicata al servizio più di noi, comuni mortali. Lei non possiede una casa. Non ha possedimenti. Non ha una macchina. Non possiede una assicurazione. Non ha nemmeno un marito.” Madre Teresa rispose: “Mi perdoni. Io ho un marito.– mostrando l’anello che il suo ordine monastico porta per simboleggiare il matrimonio con il Cristo– Ho un marito, e vorrei che lei sapesse che Egli può essere un tipo davvero difficile in certi momenti.”

“Ma io sto male!” Ok, mi dispiace sentirlo. Posso farti una domanda? Perché stai male? Ovviamente la risposta non mi interessa –no, non sono impazzito– ma interessa te. Non ti consiglio di rispondere subito, però. Ti consiglio invece di sederti sulla domanda, magari dormirci anche sopra, e di lasciare che ti scavi dentro fino a che riesce. In gergo ti dovrei dire meditaci sopra. Le risposte che troverai ti sorprenderanno e potrebbero perfino cambiarti.

Un piccolo caveat aggiuntivo.
Facciamo finta per un attimo che la Vita sia la mamma. Una mamma che -come tutte le mamme- è davvero amorevole ma non sa leggere nel pensiero. Come fa a sapere che cosa desideri?
Se ti stessi parlando adesso bisbiglierei: “Glielo devi far capire”. Come? Ringraziando. La gratitudine per tutto ciò che ti dona, che è molto, la predispone a darti anche di più, ma sopratutto le fa sapere che cosa ti piace, che cosa ti muove, che cosa ti entusiasma e che cosa ti rende felice.
Il famoso libro “The Secret” contiene tante sciocchezze ma anche qualche verità. Il potere di creare la nostra realtà lo abbiamo, ma pertiene alla profondità di noi stessi, non alla nostra mente, spesso sciocchina. Ciò che ci muove davvero è ciò che crea la nostra realtà. Ecco perché ci sono molte persone magari non del tutto degne che sono ricchissime. Sono oneste e molto chiare nei confronti della vita (magari solo di quest’ultima, ma è sufficiente), che ama loro esattamente come noi, e li esaudisce.

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Sei tu!

8 Mag

Questa mattina mi si è presentato un tema noto, un vecchio conoscente, che una persona cara ha riportato da me. Quest’ultima ha lamentato qualcosa tipo “ma io voglio sapere davvero chi sono, voglio che resti!”

E’ forse il lamento, la sofferenza più frequente che viene da quanti abbiano sperimentato una qualche forma di risveglio. E’ ancora più significativo se per la persona ci sono stati effetti speciali, cioè se il riconoscimento di Sé è avvenuto con qualche esperienza particolare, magari molto piacevole.
La risposta che mi ha attraversato questa mattina la ho trovata molto interessante, e ho pensato di riportarla.

“Vedi, tu sei come una bambina che abbia visto se stessa dentro uno specchio. La prima volta che questo è accaduto hai provato un intenso stupore, una meraviglia.  Il riconoscere te stessa in quello specchio ha cambiato radicalmente la percezione che avevi di te stessa, e per sempre.”

Adesso sai che aspetto hai. Nell’incontrare quello specchio, sono però accadute due cose, non una sola. La prima è stato vederti per la prima volta e riconoscere che, certo, sei tu! La seconda è stata trasformare la percezione di te stessa. Si perché una volta che ti sei vista per quello che sei potresti ancora fare finta di essere qualcun altro –e chi te lo potrebbe impedire?– ma non sarà mai più come prima, perché la rivelazione non può essere disfatta. E’ un po come un consorte che abbia trovato il suo partner con qualcun altro: qualcosa cambia per sempre. Puoi scegliere di andare avanti, che so, di perdonare o accettare la situazione, ma non è possibile non farci i conti, nemmeno per i più tenaci negazionisti.

Una volta acquisito quanto sopra, tu ricominci ad andare in giro per il mondo e a giocare con quel che la vita ti propone. Puoi rimetterti di fronte ad uno specchio quando vuoi, ma sarebbe sciocco sia l’aspettarsi che lo specchio ti segua, che di trovarne uno ad ogni angolo. Diciamola tutta: non sarebbe sciocco anche pretendere di meravigliarsi e provare la stessa emozione che si è provato la prima volta, ogni qualvolta ricapiti di trovarci in bagno o nel camerino di un negozio, magari dopo anni e cresciute assai?

Questo non toglie nulla alla meraviglia di chi sei tu, anzi. Siccome chi sei tu davvero non ha confini, se non commetti nemmeno l’errore di incelofanare o cristallizzare quello che hai ricevuto, continuerà a stupirti giorno dopo giorno. Le tue reazioni ti stupiranno, la tua capacità di intuire, di comprendere, le tue azioni. Però questo può accadere se e solo se smetti di vivere sigillato nella recita. Se ripeti sempre le stesse azioni generate dai tuoi programmi, magari un tantino obsoleti, i risultati non cambieranno.

A cosa serve scoprire di essere ricco come Creso se poi ti comporti come uno sguattero?

In che cosa consiste lo smettere di recitare? Cominciare ad ascoltare ciò che si muove dentro di te, o nello smettere di ignorarlo.  Nell’imparare a discriminare fra i pensieri e ciò che viene dal profondo di te. Nel prendersi il rischio di ciò che proviene da dentro di te, senza imporlo a nessuno ma onorandolo tu per primo/a, se necessario condividendolo, prendendoti anche la responsabilità del regalo che hai ricevuto, e onorando il fatto che è un grande privilegio. Con il tempo diventare sempre più bravi a fare tutte queste cose.

A 18 anni quasi tutti prendiamo la patente, e la libertà che ne consegue è un dono meraviglioso, ma viene con molte responsabilità. Da quel giorno comincia il viaggio, e pian piano ci facciamo carico di imparare davvero tutto quel che serve per muoverci, e da allora in poi chi sa guidare bene sa che non smetterà mai di imparare, sopratutto se vuole viaggiare in posti nuovi, ognuno dei quali presenta cose da comprendere per non fare incidenti né prendere multe.

Il dono della Grazia ha anche lui moltissime responsabilità collegate. Ma chi si sognerebbe di tornare indietro?

Agricolture spirituali

23 Mar

Di questo si tratta…. Non è esattamente un lavoro, non è una cosa particolarmente cool, non si può negare che la faccia eppure è evidente che non sia io a farla, come un agricoltore sarebbe ridicolo se affermasse “le mie piante le faccio crescere io”. Non è così, eppure qualcosa fa.

La metafora che mi è arrivata questa mattina mi è parsa molto accurata: la spiritualità ha molte similitudini con l’agricoltura. Qualcuno potrebbe sperare con il giardinaggio, ma purtroppo no, proprio l’agricoltura. Nella spiritualità lo sforzo quando c’è è considerevole, e ci si deve sporcare le mani. Niente guantini protettivi, quantomeno a volte bisogna proprio toglierseli. Nell’agricoltura ti metti in gioco, in un certo senso ne va della tua sopravvivenza, se le tue piante muoiono rischi in prima persona, più del semplice umore. Raramente puoi partire acquistando qualcosa di pronto. Se avviene di solito il prezzo e la preparazione li hai già affrontati in precedenza, magari in maniera non formale ma del tutto sostanziale. Non si arriva alla spiritualità vera senza aver pagato un prezzo importante, senza avere -per un motivo o un altro- compreso che questo aspetto della propria vita è assolutamente centrale. Non è, e non può essere, un hobby. Deve essere un lavoro? Se lo chiedi a me temo di si, anche se nulla ti impedisce di averne un secondo! Quantomeno l’intensità dell’impegno deve essere quella, e per quel che ne so anche la centralità del tema. Intendiamoci, si può vivere molto bene anche occupandosene un (bel?) po’, ma senza arrivare a quel punto. In fondo non è detto che il lavoro che siamo venuti per fare debba essere completato in questa vita, e ciascuno deve sentire che cosa è giusto per se. Se ad un certo punto tu che leggi ti sei posto il problema di “risolvere definitivamente” questa vita, nel senso di arrivare in fondo, temo non ci sia possibilità: lo sforzo che ti sarà richiesto sarà totale.

Però è importante anche sapere che la parte difficile, proprio come per un agricoltore, non sarai tu a farla. Il vero miracolo lo faranno il sole, la pioggia, la terra, il vento, qualche sconosciuto animale o insetto, e avverrà nella profondità più nascosta. Lo farà la Vita. Tu devi solo presentarti sui tuoi campi. Giorno dopo giorno. Fare ciò che è necessario, cosa che peraltro a volte richiederà un investimento, oppure molto impegno, o magari una preparazione specifica e profonda. Lo vedi, lo senti, di solito lo sai, proprio come un agricoltore: se si è appena comprato il campo sa che dovrà ararlo un bel po’. Se ha appena seminato, sa che dovrà irrigare. Se non sa che cosa deve fare, si va a cercare un consiglio, da un amico o da un professionista. “Ma mi serve una guida, un maestro?” Questa è una domanda importante, che avrebbe bisogno di un trattamento a parte. Se mi dovessero puntare una pistola alla testa chiedendo una risposta immediata e definitiva risponderei di si, ma in un certo senso questa risposta soggiace anche lei a quanto letto poco fa: lo vedi, lo senti, di solito lo sai. E quando sei pronto, ti trova.

Porta la torcia in giro per la tua caverna

17 Apr

Una volta che hai riconosciuto la luce dentro di te, sai che puoi accedervi. Chiamiamolo riconoscimento di Sé, risveglio o in qualsiasi altro modo, sai che qualcosa è cambiato, la Grazia è entrata nella tua vita. Questo di solito non significa che la chiarezza che essa porta si manifesta in tutte le situazioni. Molto spesso anzi si genera una certa frustrazione, dato che a questo punto siamo abbastanza in grado di distinguere quando la luce è accesa da quando non lo è, e proviamo dolore sia per il fatto stesso di essere al buio che per le ricadute in schemi comportamentale vecchi e ripetitivi, a questo punto più fastidiosi.

Il riconoscimento deve essere integrato. In termini pratici, permettere che la scintilla si diffonda nella totalità della esperienza umana. Come si fa?

Immagina che la scintilla sia un vero e proprio fuoco. Una volta che è acceso è inestinguibile. Puoi aumentarne l’intensità, magari con l’ausilio di qualche pratica o cercando di essere presente. Avrà il suo effetto, ma in verità è davvero difficile che solo grazie a questo il fuoco entri in ogni cellula del tuo essere. Potremmo dire che una volta che il fuoco sia entrato nella tua caverna la illuminerà, ma dato che sei molto più vasto di quanto tu creda, la sua capacità di guidare i tuoi passi sarà ancora limitata. Non appena si gira dietro l’angolo sbagliato, che sia una relazione o qualche aspetto di noi influenzato da dolori antichi o altri condizionamenti, si sperimenta di nuovo buio.
La reazione tipica è il contrario di ciò che è necessario: meditare un po’ di più, e tenersi alla larga dagli spazi scuri. Se non restare con la propria frustrazione o addirittura mettersi a insegnare, in modo da ricevere qualche bella conferma che siamo già perfetti così (e alimentare il fuoco iniziale, perché l’insegnamento lo fa). Forse l’ego non è più padrone completo della situazione, ma può mantenere un gran bel controllo e si reinventa in una versione più subdola e accettabile.

Ciò di cui c’è bisogno è l’integrazione. Dato che la luce interiore non si spegne, puoi lasciarti andare in giro nella caverna, ma portati un tizzone del tuo fuoco con te. Si, muoviti verso le zone oscure. Lasciatici entrare in profondità. Hai il tuo tizzone con te. Dovrai muoverti con prudenza e umiltà, naturalmente, ma non c’è bisogno di preoccuparsi particolarmente perché l’esistenza ti dà sempre e solo ciò che puoi affrontare. Entra con gentilezza e volontariamente, lasciati consumare dall’oscurità, abbracciala con la luce della tua coscienza. Quel che scoprirai, è che non solo l’oscurità si lascia illuminare dalla tua torcia, ma prende fuoco anch’essa. La tua oscurità, i tuoi dolori, le tue paure, il tuo sgomento sono fatti di carburante. Quando entri dentro di loro non solo il dolore a un certo punto sembra dissolversi, ma scopri che si rivela essere fatto di amore, il carburante migliore per la consapevolezza.

Come gestire il dolore? Sentirlo. A livello del corpo e/o come energia: quando qualche alterazione si presenta, muoviti gentilmente verso di essa, porta attenzione alla parte del corpo dove essa si presenta (potrebbe essere anche dentro la testa), e stai insieme a quella sensazione  fino a che puoi o finché dura, se riesci siine consapevole anche facendo altre cose. Non scappare. Un poco di pratica ti dimostrerà che puoi e non è nemmeno difficile, di certo non quanto potessi temere. Potresti anche ricevere dei “download”, delle comprensioni, dopo; ma non cercarle, specialmente appena arriva la sensazione, o finiresti per cercare di risolverla pensandoci su, ahimè del tutto inutile nel migliore dei casi. E’ una questione di rilassarcisi dentro. Un po’ come se entrassi in una nuova stanza della caverna e ti ci ambientassi. In realtà la maggior parte delle volte non è davvero nuova, naturalmente. Ma non era mai stata visitata consapevolmente, né avevi mai provato a farci amicizia. Invece puoi, e un pochino di pratica ti farà rendere conto che è altamente desiderabile farlo, visto che così liberi quella zona di te!

——

Buona parte di queste comprensioni, e la metafora della grotta, sono venute durante la mia seduta settimanale con Christine Wushke.

Il miglior libro che abbia mai letto sull’integrazione è suo: “Freedom is your Nature” (in Inglese), in corso di pubblicazione. È possibile sostenerne la pubblicazione pre-acquistando la versione digitale per soli 10$ qui:
http://www.indiegogo.com/projects/freedom-is-your-nature-a-powerful-book-on-transformation
O sostenere un po’ di più, e ottenere alcuni regali preziosi.

Informazioni su di lei e sul suo lavoro:
http://innerlightyoga.blogspot.ca/
https://www.facebook.com/let.your.heart.sing?fref=ts

Una mongolfiera

9 Dic

Immagina per un momento: sei una mongolfiera. Libera da costrizioni, ti libri nell’aria e voli. Se qualcosa ti appesantisce, se la zavorra che ti porti dentro è troppa, resti implacabilmente ancorata al suolo.
Cosa ti appesantisce? Davvero ti appesantisce? La coscienza che sei è intoccata da quel peso. A meno che lei stessa non lasci a quel peso il potere di mantenerla costretta a terra. Come intoccata? Intoccata! Guarda con attenzione: cosa è sempre stato lì presente in tutte le fasi della tua vita, chi ha osservato tutti gli eventi mentre si succedevano uno dopo l’altro, in quale spazio accadevano? Ti sei mai spostato veramente, o si è spostato solo il tuo corpo? Quella stessa coscienza consapevole è l’unica cosa immutabile di te, l’unica assoluta certezza. Ed è rimasta immutata da quando hai memoria.

Ma i carichi, le zavorre “esistono”. Qualcuno li chiama carichi karmici. Se accettiamo per un momento questa prospettiva, la ricerca spirituale diventa semplicemente un combinato composto di scaricare la mongolfiera delle sue zavorre, e aumentare la temperatura dell’aria. Scopo finale la libertà di volare dove sei davvero destinato.
E’ vero che i carichi karmici non esistono e quindi non possono fermare la coscienza, ma la manifestazione incarnata della consapevolezza che sei ne subisce il peso, fino a quando non si accorge davvero che non sono mai esistiti.

In questa prospettiva, il risveglio è il primo volo. Da solo o con l’aiuto di qualcuno, sei riuscito ad aumentare la temperatura dell’aria, e magari a non credere come hai sempre fatto “non posso!”, e ti sei librato in volo. Dopo un risveglio cosciente sai che quella gabbietta in cui ti trovi in realtà è il cestello di una mongolfiera, e sei tutt’altro che bloccato lì per sempre, anche se ti trovi in questo corpo e con questa mente, perchè essi viaggiano -o possono viaggiare- con te.
La liberazione consiste nell’aver sviluppato abbastanza capacità ed energia per mantenere la temperatura dell’aria della mongolfiera alta a sufficienza, e nell’aver scaricato sufficiente zavorra karmica. Sufficiente a riconoscere che non puoi soffrire se non lo permetti tu, anche se puoi provare dolori profondi. Sufficiente a riconoscere l’amore di cui sei sempre stato circondato, anche nella disperazione più nera.
Illuminazione vuol dire vedere il karma nella sua interezza, il tuo e quello che circola all’interno del sogno, e sapere che sei del tutto intoccato da esso, saperlo con ogni fibra del tuo corpo, mantenere consapevolezza di questo anche di fronte ai pensieri più subdoli e i dubbi più terribili. La mongolfiera, non contenta di volare nel cielo, vola oltre l’atmosfera ed esplode. La coscienza ritorna a se stessa, riprende la misura di Sé, rimette in prospettiva questo microscopico pianeta con i suoi miliardi di miliardi di storie, rese microscopiche dalla loro irrilevanza, eppure così importanti, perchè “come in cielo, così in terra”.

Non so come mi sia venuta questa metafora, ma ho notato che era accurata per me, e ho pensato di condividerla. Accurata perchè vedo il karma che può inchiodarmi a terra come una potente forza di gravità, le tendenze karmiche che rendono la mia vita un insieme di scelte obbligate, se glielo permetto; vedo come ho bisogno di una considerevole energia per volare, energia che in tutti questi anni non ho fatto altro che esercitare, sviluppare, potenziare. Perchè una volta che ti libri in volo, quello che provi te lo farà cercare per sempre, ti farà struggere proprio come un fiore si strugge per sbocciare. Come se potesse sbocciare domani. Anche se può accadere solo qui e ora.

Vivi respirando – Parte I – Il corpo di dolore

25 Apr

Il concetto di corpo di dolore è stato coniato da Eckhart Tolle, forse l’insegnante vivente principale e più conosciuto del pianeta. Descrive con estrema efficacia una delle parti del “me” come lo abbiamo vissuto fino a prima di riconoscere chi siamo, quella parte che emerge quando per qualche motivo la presenza non è a un livello sufficiente e sembra quasi dirottare il “me”, portandolo a fare cose di cui tendiamo a pentirci molto in fretta.

Eckhart ha mostrato con chiarezza come il nostro perdere lucidità porti al sopravvento di una parte di noi, che lui ha chiamato il corpo di dolore, che sembra avere priorità spesso anche in conflitto con la nostra coscienza e con i nostri pensieri. Vale la pena ricorrere a qualche esempio.

Avete presente quelle situazioni nelle quali sappiamo benissimo che stiamo per dire qualcosa che il nostro interlocutore prenderà male, che sia perché ne soffrirà (e noi ci stiamo di fatto comportando da carnefici) o perché scatenerà in lui sensazioni e reazioni negative (magari ci tiriamo proprio la zappa sui piedi), eppure la diciamo lo stesso?

Un’altra situazione tipica tende a verificarsi durante la guida, nel traffico. Appena qualcuno fa qualcosa che non rientra nel nostro schema “ci si comporta così” si presentano varie versioni del corpo di dolore, da quella che parte in quarta alla minima presunta offesa, come se volesse punire l’automobilista che si è reso colpevole di chissà quale offesa mortale, a quella che si mette a discutere con il guidatore fellone (naturalmente senza che costui possa controbattere né tanto meno sentire quel che ci viene fuori), passando per tutte le varianti possibili fra cui la tradizionale selva di insulti e gestacci, evidenti o soffocati dentro di noi.

Non credo sia difficile osservare come in entrambi gli esempi le reazioni descritte vadano invariabilmente e spesso unicamente a nostro discapito. Abbiamo l’impressione di scaricarci di parte dell’emozione negativa, ma in realtà ci intossichiamo per 100, e se ci va di lusso scarichiamo per 30 o 40. Spesso però ci esponiamo anche a rischi e potremmo perfino causare incidenti, diplomatici nel primo esempio, veri e propri nel secondo.

Il punto cruciale qui è vedere realmente che questo avviene dentro di noi, e a volte prenderne coscienza potrebbe causare uno shock. Il secondo punto è sapere che si tratta di un soggetto (probabilmente in psicologia lo chiameremmo alter-ego) piuttosto folle, che sopravvive dentro di noi solo fino a quando la presenza non è sufficiente a farlo svanire. Un terzo punto di notevole importanza consiste nel riconoscere che il corpo di dolore non è per nulla personale. Nel senso che pur apparendo in modalità a volte peculiari e uniche per ciascuno di noi, si tratta dello stesso “animale” che attraversa me e chiunque altro, che si alimenta di sofferenza individuale e collettiva, le cui caratteristiche, per la versione che tocca ciascuno di noi, possono essere certamente state influenzate dal vissuto personale e familiare.

Come si fa a neutralizzare? Vedendolo. Non accorgendosene con il pensiero, ma percependolo con tutto il nostro essere, fino a che non sia scattato l’”aha” che ce ne separa.

Un piccolo inciso: la rappresentazione letteraria tipica del corpo di dolore è il vampiro. Fino a quando è buio -metaforicamente la mancanza di luce è mancanza di presenza- si scatena; non appena sorge il sole -la presenza torna padrona del campo- si deve andare a rintanare in una tomba. Da un punto di vista cinematografico, invece, il personaggio più adatto a dare l’idea del “mostriciattolo” corpo di dolore è Smigol/Gollum, frutto della fantasia di J.R.R.Tolkien e rappresentato magistralmente al cinema ne “Il Signore degli Anelli”. Come molti ricorderanno, si tratta di un mostro dal comportamento bipolare, estremamente servile e codardo oppure altrettanto aggressivo e vile, ma in ultima analisi guidato solo dalla ricerca di dolore, come se quest’ultimo fosse la sua unica ragione di vita, e che non sopporta di esser colto in fallo, cosa che tipicamente lo rende del tutto impotente.

Vivi respirando – parte I – Il momento presente

17 Apr

Uno dei modi con cui i mistici hanno cercato di farci rientrare in noi stessi e di svegliarci, è stato di farci ritornare al momento presente. Qui preferisco provare ad anticipare le conclusioni per poi argomentarle, anche se costringerà il lettore a un bel salto. Molte delle descrizioni che seguono, infatti, potrebbero essere usate nella terza sezione di questo scritto.

Sempre tenendo a mente che parole e frasi sono cartelli e non la realtà che cercano di richiamare, non diverse da una equazione matematica usata per descrivere un fenomeno fisico, potremmo fare una serie di affermazioni come queste:

  • L’”Io” vero, quello che posso riconoscere adesso, è lo spazio di coscienza consapevole in cui tutto accade;
  • Senza questo “Io”, la realtà non potrebbe nemmeno sorgere, perché la precede e la sottende; un po’ come dire che le parole non potrebbero esistere davvero se non vi fossero orecchie che ne consentissero prima la creazione e poi l’ascolto;
  • Questo spazio di coscienza racchiude in sé tutta la Creazione, ne è al tempo stesso il seme e il frutto;
  • Il dove e il quando in cui tutto accade è… qui e ora. Tutto ciò che posso davvero sapere e confermare al di là di ogni possibile dubbio è osservabile nel momento presente. Il resto è memoria o speculazione, entrambe frutto della mente e perciò non confermabili;
  • Non è possibile trovare alcuna separazione fra le singole componenti della realtà che sperimentiamo, sebbene la mente possa provvedere a inventarsi distinzioni ed etichette adatte allo scopo.

Queste affermazioni possono essere verificate facilmente da ciascuno di noi, dopo aver riconosciuto. Il che non garantisce che la mente non troverà mille argomentazioni per smentirle. Ma come avevo anticipato queste comprensioni non sono né acquisibili con gli strumenti del pensiero né adatte ad essere inserite all’interno di uno schema mentale. Eppure riconnettendoci a noi stessi possiamo provare a controllarne la veridicità con cura, confortati sia dal fatto che migliaia di mistici hanno trasmesso e mostrato queste comprensioni per millenni interi, sia da quello che ormai molte di queste stesse affermazioni siano oggetto di innumerevoli conferme scientifiche.

Ma allora se vado oltre l’apparenza io sono il momento presente? A costo di far venire qualche brivido, e consci del fatto che l’affermazione non fa che sintetizzare una Realtà molto più ricca e complessa, possiamo dire che è così.

Ecco perché tutti gli insegnamenti hanno sempre sostenuto che è così importante essere presenti, essere nel momento presente, essere consapevoli e compagnia bella. Essere nel momento presente significa essere se stessi. Con tutti i turbamenti che questo comporta, perché molto spesso ciò che c’è nel momento presente non ci piace, lo vorremmo diverso, ci provoca frustrazioni.

Ma il momento presente è la nostra vita stessa, anzi è Vita, ed essere allineati con esso è essere allineati profondamente con noi stessi. Il che, neanche a dirlo, reca con sé una pace senza confini.

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