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Vivi Respirando – Parte 1 – “Wake up first”

20 Mar

Non so come mai non abbia trovato finora nessuno che lo dica come lo ho compreso io. Forse ho capito male, eppure tutta la mia esperienza in questa ricerca sembra confermare che esiste un velo, impalpabile eppure piuttosto efficiente, davanti ai nostri occhi.

Fino a quando tale velo non viene strappato, la ricerca vera non comincia. Non che prima noi non ricerchiamo, anzi. Ma giriamo a vuoto. L’effetto che la ricerca ha, prima di strappare il velo di cui parlo, tende a essere poco più che un palliativo: stiamo bene quando meditiamo (o quando applichiamo il nostro metodo personale), ma se qualcuno poi ci taglia la strada i benefici della meditazione come di qualsiasi altro metodo sembrano svanire, e il “mostro” dentro di noi è di nuovo padrone del campo, lasciandoci piuttosto scoraggiati.

Strappare il velo significa riconoscere chi siamo veramente. Non capire chi siamo, proprio ri-conoscere. La metafora dello strappare il velo è chiamata in gergo spirituale Risveglio. Da non confondersi con Illuminazione o Liberazione. Il risveglio ne è una precondizione essenziale.

Molti hanno descritto il Risveglio in un modo -a mio modestissimo avviso- che assomigliava tremendamente all’Illuminazione, confondendo le acque non poco. In realtà il risveglio potrebbe essere paragonato alla rottura insanabile di una diga, mentre l’illuminazione corrisponde al suo inesorabile franare. Il primo rende il secondo solo una questione di tempo, ma potrebbe essere molto, e anche se la diga non svolge più la sua funzione come si deve, può comunque impedire a gran parte dell’acqua di scorrere.

Altri hanno parlato dell’illuminazione istantanea, come se la diga esplodesse. Non ho mai conosciuto nessuno che la abbia sperimentata così. Le descrizioni di cui ho sentito parlare, in lungo e in largo, contenevano praticamente sempre periodi più o meno estesi di forti assestamenti, come se la demolizione della vecchia diga richiedesse qualcosa di più del primo botto. Almeno un insegnante di livello eccelso, Adyashanti, suffraga la mia impressione con il suo esempio personale e una lunga esperienza di insegnamento a persone risvegliate. Con ciò non escludo, naturalmente, che non possa essere accaduto o accadere a qualcuno.

Fino al secolo scorso gli insegnamenti non prevedevano il Risveglio all’inizio del viaggio. Veniva fatto sperimentare solo dopo molti anni di pratica spirituale. Poi è arrivato Ramana Maharshi, il primo guru di calibro pesante che ha puntato direttamente al riconoscimento, mostrando due cose: primo, è necessario riconoscere chi sei; secondo, è necessario essere chi sei. Ramana mostrava con la propria presenza e l’esempio come questi concetti, peraltro antichi e per certi versi ampiamente noti, non dovessero essere elaborati a livello mentale ma sperimentati direttamente, qui e ora. Dove stava la differenza? Era ed è ancora abissale: sperimentare il proprio riconoscimento non è avere un’idea più accurata di se, è sperimentare Il Sè.

Da Ramana in poi gli insegnamenti si sono fatti per certi versi più confusi, dato che i vecchi non erano da buttar via ma il nuovo sembrava un po’ tosto da assimilare. Comunque dopo di lui persone come Punjaji, Gangaji, Dolano hanno tramandato nei loro modi l’approccio “prima svegliati” (e poi ne parliamo), ma la “novità” ha segnato gli insegnamenti di quasi tutti i maestri di questa ricerca.

Con questi appunti cerco di chiarire alcuni aspetti sui quali mi sono incagliato a lungo, e per i quali ho dovuto -anche dopo il mio primo riconoscimento- cercare molto. Non che il viaggio sia terminato, ma mi sento di condividere quanto ho compreso fin qui, non sia mai che serva a qualcun altro.

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Sicuro che faccia per te?

17 Mar

La domanda del titolo di questo paragrafo non è retorica. Non credo di fare una forzatura se la paragono alla domanda, restata negli annali della cinematografia, “Pillola rossa o pillola Blu?” fatta da Morpheus a Neo nel film Matrix, o alla insegna “Perdete ogni speranza o voi ch’entrate” posta sulla porta dell’inferno dantesco.

Si tratta di una strada senza ritorno, principalmente perché questo è il ritorno. Se leggete queste righe è possibile, per usare una vecchia metafora Zen, che la vostra testa non sia ancora dentro le fauci della tigre, ma se così non fosse ecco qualche avviso ai naviganti.

 

La strada del ritorno a casa è obbligata. Nasciamo perfettamente a casa, e vi facciamo ritorno quando il corpo che conosciamo come “io” muore. Ritornare a casa mentre il corpo è in vita è però un percorso particolare, che -da un certo punto di vista- prevede di affrontare letteralmente tutte le paure che albergano in noi, e questo non è sempre piacevole. Non è neanche terribile, intendiamoci, ma richiede una intenzione ferma, la disponibilità a stare del tutto sulle proprie gambe, estrema onestà verso se stessi, un sacco di apertura, e…. fede. Curioso usare questa parola, ma non ne conosco di più adeguate. Non fede in qualcosa o qualcun altro, fede e basta, fiducia allo stato puro. Perché è “casa”, al di là di ogni possibile dubbio, ma i dubbi potranno essere molti.

 

Fra l’altro non è dato di fermarsi a metà. Una volta intrapreso, il percorso vi porterà per forza verso la sua destinazione finale. Meglio esserne ben consapevoli. Se dovessi usare una metafora (ne userò tante, conviene abituarsi), direi che si tratta di un bel salto. Una volta fatto non c’è modo di ritornare su.

 

Nel caso in cui abbiate già intrapreso questo percorso, forse troverete qui qualche indicazione utile.

Se invece non siete sicuri di ciò che fate, lasciate perdere. Qui conviene entrare solo se si hanno perso le speranze, se la sofferenza del solito modo di vivere è decisamente troppa, o se si ha già la fede e la consapevolezza che l’esistenza si prende davvero cura di noi.

 

E’ una strada di verità, non di speranze, per queste ultime non c’è spazio. Porta a indagare e scoprire direttamente ciò che è vero e indiscutibile per chi legge, e non si conclude fino a quando anche l’ultima delle credenze, delle idee false cui crediamo o abbiamo creduto, non sia stata polverizzata.

 

L’ultimo elemento, ma non meno importante: qui si deve essere pronti a rinunciare agli incubi, e rinuncerebbe volentieri chiunque, ma anche ai sogni. Non si tratta di sognare qualcosa di più bello, ma di svegliarsi. Non è la stessa cosa.

 

Quindi adesso fate qualche bel respiro, dedicatevi a osservare le sensazioni che vi dà il corpo mentre li fate, e sentite (ho detto sentite, non pensate o ragionate!) se avete davvero voglia di entrare qui. Gli avvisi sono terminati, e se volete ancora leggere lo fate a vostro rischio e pericolo.

Parte 1 – La Zona del Risveglio — A cosa serve la ricerca spirituale?

12 Mar

A… stare bene!

La ricerca spirituale è la risposta più ovvia al malessere interiore che attanaglia la maggior parte degli esseri umani. Non è un caso. E non è un caso che fra coloro che sono davvero in pace con se stessi e con la vita vi sia quasi solo chi ha svolto, in modo o nell’altro, un tot di ricerca.

Come accennato nella introduzione, queste parole potranno suonare male a molti, ma sono dedicate a chi a malapena si è reso conto di avere un problema, non a chi lo ha già affrontato e magari risolto in parte o del tutto.

Perché aiuta a stare bene? La risposta risiede nel fatto che la nostra realtà più profonda viene trascurata, a volte molto se non completamente. Questa parte, che chiameremo spirituale, è ciò che ci dà la sensazione di essere “a casa”. La conosciamo benissimo, la ricerchiamo di continuo, ma inconsciamente e con metodi non sempre validi, così che finisce per essere interpretata come una esperienza, e non la nostra realtà principale. Chi legge potrebbe trarre beneficio dalla meditazione o dallo yoga, da un animale domestico, dalla musica in tutte le sue espressioni, dal rapporto con la natura, dal guardare le stelle in una sera d’estate, il mare, la montagna, da uno sport, dalla ricerca di sensazioni estreme, dall’abuso di cibo, alcol o altre sostanze, dall’interazione con i bambini, da hobby o attività di volontariato, dal sesso o dalla ricerca di relazioni sempre nuove, e la lista potrebbe andare avanti a lungo, includendo naturalmente le versioni compulsive di questi metodi. Si può dire che andiamo cercando noi stessi, e per ritrovarci siamo o saremmo disposti a fare qualsiasi cosa.

Il paradosso è che nel cercare di stare bene con uno dei metodi appena menzionati in realtà ci impediamo di rimanere stabilmente dentro noi stessi, “a casa”. Avviene sia perché ci illudiamo di trarre quel beneficio grazie alla nostra attività o alla situazione contingente, attribuendo il benessere a un fattore esterno a volte al di fuori del nostro controllo, dall’altro perché non notiamo che il fattore esterno di volta in volta utilizzato rimuove semplicemente l’ostacolo che ci impedisce di godere di noi stessi.

Facendo per un momento un salto in avanti potremmo dire che quella sensazione straordinaria di benessere che andiamo cercando, e che siamo abituati a chiamare piacere, in realtà è sempre disponibile dentro di noi. Inteso in senso letterale. Il che spiega come persone speciali, che spesso l’umanità ha venerato, hanno saputo trovare la pace -e magari condividerla- anche in situazioni come i lager nazisti (Anna Frank) o inchiodati su una croce (Gesù Cristo), o di assoluta povertà (San Francesco d’Assisi) ispirando poi legioni di esseri umani per molte generazioni.

Vivi respirando – Introduzione

9 Mar

Una sensazione, intuizione forse, che ho avuto di recente si può riassumere così: per poter condividere la Verità, senza che chi ascolta si perda per strada, è opportuno fare una premessa di linguaggio.

Ho notato infatti che chi ascolta è portato spesso ad analizzare le parole che vengono utilizzate da chi condivide, invece che sintonizzarsi su ciò a cui queste puntano (per chi ha pratica di ricerca spirituale si tratta della vecchia storia del rimirare il cartello invece di utilizzarlo per arrivare alla destinazione).

Credo che questo accada perché non si parla chiaro fin da subito. Una cosa infatti è portare al Polo Nord chi sta nudo in mezzo all’Africa Nera, un’altra è mostrare le caratteristiche della banchisa polare a chi si sta equipaggiando e si trova ai suoi confini, un’altra ancora parlare a chi ci si trova dentro e ne sta affrontando i rigori.

Chiarendo prima che linguaggio si utilizza e per chi credo si possa ovviare a questo ostacolo, che può diventare fastidioso. Un esempio che mi è sembrato tipico è di persone già risvegliate, magari da tempo, cui ho sentito sostenere che Eckhart Tolle in realtà non è molto “avanti” e il suo linguaggio non è del tutto… adeguato.

L’audience che ci si trova davanti, quando si condivide, credo dovrebbe essere segmentata in tre parti. Si troveranno anche persone a cavallo, ma l’approssimazione non dovrebbe pregiudicare il risultato. Esistono di certo persone che non sarebbero in grado di affrontare nemmeno il primo dei linguaggi che userò, ma in questo caso temo che non saprei esser loro utile.

I tre gruppi di persone a cui mi sentirei di parlare usando un linguaggio specifico (ahimè le parole che mi vengono qui non mi soddisfano, ma spero che il lettore vorrà usarle come cartelli) sono:

  • Zona del Risveglio

Le persone che si avvicinano al tema della meditazione e del Risveglio, che potrebbero aver avuto delle esperienze di risveglio inconsapevoli, il cui linguaggio e la cui identità sono ancora in massima parte dettati da Ego e Mente.

Parlare in questa zona richiede parole relativamente semplici, a volte ragionamenti, spesso metafore e storie. Il miglior esempio che conosco sono le parole di Eckhart Tolle, e non credo sia permesso più di tanto evidenziare i paradossi che la Realtà ci mostra così spesso. Il tema principale per questo universo vasto di persone è il Risveglio consapevole.

  • Terra di Mezzo

Coloro che si trovano in questo territorio di solito hanno consapevolezza del Risveglio, e lo hanno attraversato coscientemente, ma sono perse in un “so what?” (e… allora?).

Un amico ha usato anche un’altra espressione che mi sento di condividere, e cioè sono sveglie ma senza Dio, persone per le quali la Realtà Suprema non viene percepita come Amore in Azione.

Per costoro il tema cruciale è stare presenti: non basta sapere che sei un uccello per sentire l’aria che ti scorre in faccia, è necessario sbattere le alucce e provare a te stesso e all’Esistenza che sai volare, qui e adesso, e librarsi per aria. Ho sperimentato come l’esistenza si incavoli assai se non usi il Dono, assai prezioso, di cui ti ha fatto oggetto.

  • I Ricercatori

Attraversati tutti questi territori non significa che puoi finalmente metterti a dormire!

Quando l’Esistenza trova spazio di Presenza, lo vuole usare. Molte volte mi sono trovato a dover affrontare temi nuovi, che non credevo mi appartenessero o avevo ampiamente dimenticato. Se dovessi citare la letteratura, parlerei del vizio del gioco che colpisce il Siddharta di Thomas Mann.

Ad oggi conosco solo due strade possibili per questo tipo, il Ricercatore con la R maiuscola: processare o condividere1. L’esistenza chiede a chi tace di processare, ma chi condivide potrebbe comunque trovarsi di fronte la prima strada lo stesso, in qualche punto del viaggio. La fine di Gesù Cristo, quella di Ramana, di Osho e di moltissimi altri sembrerebbero confermare questa ipotesi. Certo è che la condivisione crea un mare di spazio, e consente di processare a molte persone invece che lasciare al Ricercatore tutto il carico.

Al Ricercatore credo essenziale mostrare gli infiniti paradossi cui ci si trova di fronte, come un esploratore del Polo Nord deve sapere che i venti lo tireranno pazzo e i ghiacci lo faranno sentire perso molte volte. Tutto questo passa e va, ma la Realtà è assoluta. Amore e Fiducia sono gli alimenti di questa ricerca, in cui tutti i pesi devono esser lasciati indietro.

1Se queste parole per ora suonano strane, il loro significato dovrebbe diventare chiaro quando si arriva a leggere la terza parte.

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